martedì 2 maggio 2017

L'ETICHETTA DI COMPLOTTISTA


Recenti studi scientifici realizzati da psicologi e sociologi statunitensi e britannici hanno chiarito che, al contrario di quanto tradizionalmente affermato dagli stereotipi diffusi dai media, le persone etichettate come teorici della cospirazione siano in realtà più equilibrate rispetto a chi accetti supinamente le versioni ufficiali dei fatti contestati. Forse anche perché il loro parere ha smesso di essere espressione della maggioranza, i commentatori anti-cospirazione tendono a tradire una forte rabbia ed ostilità: “Lo studio ha dimostrato che i soggetti che supportano la versione ufficiale dei fatti relativi al primo sbarco sulla Luna  si esprimano generalmente in modo più ostile nel tentativo di persuadere chi la pensi in modo diverso da loro“. 
Si è inoltre appurato che gli avversatori delle teorie del complotto, oltre che fortemente ostili, sono anche più tendenti al fanatismo. I cosiddetti cospirazionisti, invece, non pretendono di avere una teoria del tutto esplicativa degli eventi: “Coloro che sostengono che gli sbarchi sulla Luna siano stati in realtà una cospirazione governativa, non mirano a promuovere una specifica teoria esaustiva, ma solo a smentire la versione ufficiale“. 
Il libro Conspiracy Theory in America, del politologo Lance De Haven-Smith, pubblicato dalla University of Texas Press, spiega come mai la gente non gradisca essere definita complottista. L’espressione, infatti, venne ampiamente utilizzata e diffusa dalla CIA per diffamare tutti quelli che osavano sollevare dubbi sulla versione ufficiale dell’assassinio di JFK, sullo sbarco sulla Luna e infine anche sulle Torri gemelle di New York. “La campagna della CIA per diffondere l’espressione ‘teoria del complotto ebbe l’obiettivo di rendere oggetto di scherno e di ostilità chi non credeva alle versioni ufficiali e si è rivelata una delle iniziative di propaganda di maggior successo di tutti i tempi. Paradossalmente il termine “teoria del complotto dovrebbe invece indicare  proprio   la reale cospirazione posta in essere dalla CIA.”
La psicologa Laurie Manwell della University of Guelph  in un articolo pubblicato sulla rivista America Behavioral Scientist (2010), asserisce che “le persone anti-complottiste non sono in grado di ragionare con lucidità su tali apparenti crimini contro la democrazia proprio per effetto della loro incapacità di elaborare informazioni che siano in conflitto con una linea di pensiero che è stata loro inculcata precedentemente“. 
Il professor Steven Hoffman dell’Università di Buffalo aggiunge che gli individui avversi alle teorie cospirative, piuttosto che prendere atto della realtà dei fatti, cercano informazioni che confermino le loro convinzioni preesistenti facendo ricorso a meccanismi irrazionali per evitare di confrontarsi con informazioni contrastanti. L’estrema irrazionalità di chi attacca le teorie della cospirazione è stata abilmente esposta anche dai docenti di comunicazione della Boise State University Ginna Husting e Martin Orr. 
In un articolo del 2007 hanno scritto: “Se io ti definisco complottista, mi importa ben poco se tu stia effettivamente dibattendo di una cospirazione realmente esistente o se hai semplicemente sollevato una questione che preferisco non vedere. Attraverso questa etichetta ti sto strategicamente escludendo dalla sfera in cui i dibattiti possono generare dei conflitti”. 
Ma ora, grazie a internet, chi mette in dubbio le versioni ufficiali non è più escluso dal dibattito pubblico. Dopo 46 anni di dominio la campagna ordita dalla CIA per soffocare il dibattito pubblico con la scusa del complottismo non sembra più funzionare. Negli studi accademici, così come nei commenti postati sotto alle notizie, le voci che sostengono la possibilità del complotto sono ormai più numerose e più razionali di quelle che continuano a supportare le versioni ufficiali. 


                                            Il romanzo è disponibile in formato digitale su:

Il romanzo è disponibile in formato cartaceo su


Nessun commento:

Posta un commento